Mettiti il costume, andiamo al mare

L’estate calda della Sicilia. Io ci sono nata, allora non riuscivo a capire quale fosse il grado di caldo accettabile o meno. Per me era quello il caldo, ne esisteva uno solo. E poi forse l’inverno, ma in Sicilia fa sempre caldo, quindi esistevano al massimo due stagioni equamente suddivise più o meno. La scuola era lunga, ma il mare sempre presente, i pomeriggi sempre liberi, liberi anche quando passati a studiare. E poi era già maggio, da scuola si usciva un po’ prima, si respirava il riposo, non il mare. Quello lo si respirava sempre.

Andavo al mare con i miei genitori, in macchina all’inizio. Avevamo anche una casa al mare, la doppia casa nata in un secondo momento. Mia madre dice che la volevamo noi, io e mio fratello. Ma onestamente non ricordo di averlo mai detto. Non sono una persona attaccata alle case, di tetto sulla testa ne basta solo uno secondo me. Ma forse da piccola avevo manie d’espansione che sono andate via con l’età.

Mia madre a quei tempi era sempre presente. Ma la presenza fissa di qualcuno certe volte puo anche diventare assenza, e io ero piccola e stavo crescendo, non ci capivamo poi tanto. Ma finchè ero piccola e si andava al mare, le cose sembravano funzionare. Dovevo mettere il costume, nient’altro. E quando tornavo a casa quel costume non lo dovevo neanche lavare. C’era mia madre che pensava a tutto. Lei lavorava molto.

A lei il mare non piaceva tanto. Mai preso il sole, mai fatto una nuotata. Ma stavamo insieme, a volte c’erano anche altre persone, altri parenti. Una volta avevano tutti molta più voglia e molta più vita. Ora si sono barricati nella solitudine delle loro case e sanno che non ci sarà un’altra estate come quella di un tempo, quando i bambini erano piccoli e si preparava la borsa frigo per andare a mangiare al mare.

Quando tutti i giorni erano cosi, quando noi cugini ci vedevamo sempre. Ora invece non ci vediamo più, e questo è quello che è rimasto. Ho ancora delle foto di noi in spiaggia, con i vecchi costumi. Ricordo in particolare uno blu con la stella, che non mi piaceva tanto ma lo mettevo spesso perchè era un regalo di mia madre e io ci tenevo comunque.

 

 

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I gatti scomparsi

A 5 anni eravamo io e i miei gatti. Me ne prendevo cura, riempivano le mie giornate, mi facevano felice. Accudire i gatti era diventata una passione, quasi fosse l’unica ragione di vita per me. Alzarsi la mattina e dargli da mangiare, accarezzarli, passare del tempo con loro. Tanto tempo. Ero felice cosi. Trascorrere una giornata intera in loro compagnia.

Ci capivamo. E anche io avevo capito che per intendersi nella vita non sempre servono le parole. Serve solo stare insieme, passare tanto tempo insieme e riconoscersi. Imparare ad accettarsi nelle reciproche vite. Cosi è stato per noi che ci eravamo scelti. Abituarsi alla reciproca presenza era diventata una piacevole routine. Ho visto almeno una ventina di gatti venire alla luce, molti li ho visti morire, altri li ho visti crescere e accompagnarmi negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza.

Altri ancora sparire. Forse morti, forse scappati via in cerca di qualcos’altro come ho fatto io qualche anno dopo.

Ad ogni modo, il nostro era un capirsi fatto di gesti. Loro decifravano i miei secondo i loro codici, io i loro. Ho riconosciuto un carattere diverso in ciascuno dei miei gatti, un attaccamento diverso. Cosi come con le persone, sono nate affezioni particolari e complicità particolari.

Mi hanno insegnato molte cose che durante l’infanzia non mi ha insegnato nessuno. Le basi della vita, in poche parole. Quelle che ci portiamo dentro, i nostri bisogni di esseri umani, perchè anche noi come loro siamo animali.

E cosi ho imparato che si vive in gruppi sociali di simili che condividono regole, che stanno insieme perchè da soli non si va da nessuna parte. Anche i gatti soffrono di solitudine. Se non stanno con i loro simili si attaccano agli umani. Io ricordo che in quegli anni apprezzavo molto di più la compagnia dei gatti a quella delle persone. Questa cosa è continuata per anni. Poi ho lasciato casa, sono andata a fare le mie esperienze altrove. Mi sentivo un uccello, volevo volare. Tante cose ho visto, tante altre mi sono venute a mancare. I gatti, ad esempio. E la loro tranquillità, il loro essere imperturbabili tranne che di fronte a un pericolo, un serio pericolo. Il loro godersi la quoditianità, lo scoprire le piccole cose, il giocare con i fili d’erba.

Chissà come i gatti vedono il mondo… Ancora questo è un mistero per me. Ma si adattano, hanno la pelle dura, riconoscono che per vivere bisogna tirare fuori gli artigli migliori, con gentilezza. Questa è una grande lezione che ho imparato dai miei gatti.

Ora che non ne ho piu uno attorno, ora che ogni tanto mi capita di vederne qualcuno di sfuggita, la mia vita diventa un lungo flashback. Ritorno indietro con la memoria a quei momenti dove ero felice ma non lo sapevo. Ero felice ma piangevo anche per loro. Quando scappavano via e ritornavano magari, alcuni si altri no. Quando morivano sotto alle macchine in corsa. Non è mai successo alcun incidente, nessuno che fosse morto andando a sbattere contro il muretto di casa mia per evitare di investire uno dei miei gatti.

No, sono sempre morti loro. Tutti tranne uno.